«Non è evasore»: ma il Fisco insiste

Screenshot 2014-01-14 19.14.37Screenshot 2014-01-14 19.14.51Imprenditore assolto dal Giudice si vede recapitare una cartella esattoriale da 70mila euro.

Il giudice ha stabilito che non è un evasore fiscale, ma Equitalia gli ha inviato ugualmente una cartella esattoriale da 70mila euro. È accaduto ad un imprenditore coneglianese del settore tessile della zona. Nella sua azienda, una srl, l’uomo ha ricevuto un controllo da parte della Guardia di Finanza che ha rilevato delle incongruenze nelle sue dichiarazioni fiscali. Le fiamme gialle gli hanno contestato un’evasione fiscale per 70 mila euro. L’imprenditore, certo del suo buon operato, ha presentato ricorso al tribunale monocratico di Treviso contro il provvedimento delle Fiamme Gialle. Ricorso che ha vinto. Il giudice infatti ha stabilito che non era un evasore fiscale. L’Agenzia delle Entrate però non ha recepito la sentenza del tribunale e ha dato mandato ad Equitalia di procedere con la riscossione del presunto credito fiscale. A questo punto l’imprenditore, non sapendo più come districarsi da una matassa burocratica ingarbugliata, si è rivolto all’associazione Vittime di Equitalia, che ha sede a Conegliano in via Calvi 122.
«Ha chiesto il nostro aiuto – spiega Mattia Ardenghi, presidente dell’associazione – perché non sapeva cosa fare. Dovrebbe aprire un’altra causa affinché l’Agenzia delle Entrate recepisca la sentenza del giudice». L’imprenditore però non ha la disponibilità economica per sostenere le spese dei legali. I professionisti di Vittime per l’Italia stanno dunque cercando di trovare una soluzione per aiutare l’uomo. Le cartelle esattoriali vanno pagate o impugnate entro sessanta giorni dal ricevimento, altrimenti scatta il pignoramento. Ma non sono solo gli imprenditori ad essere “vittime di Equitalia”.
«Si è rivolta a noi una pensionata di Conegliano – racconta il presidente dell’associazione – perché le era arrivata una cartella esattoriale con la quale le veniva chiesto di pagare il canone dell’acqua del 1996, poche migliaia di lire». In questo caso l’anziana può stare tranquilla: «Il debito è prescritto». Ma allora perché le è stato chiesto di pagare? «Equitalia non dovrebbe chiedere il pagamento di contribuzioni prescritte – spiega Ardenghi – invece molto spesso lo fa». E le persone, per timore, pagano senza nemmeno controllare.

Fisco, ganasce fuori tempo massimo? Equitalia deve risarcire i danni al contribuente per il mancato utilizzo dell’auto.

Equitalia deve risarcire i danni per le ganasce fiscali iscritte sull’auto nonostante il credito da recuperare sia ormai prescritto. Il fermo dell’autovettura ha provocato disagi e danni morali alla contribuente, un’insegnante che la usava per andare ogni giorno presso la sua scuola distante oltre duecento chilometri da casa. Così è scattato un risarcimento del danno per 500 euro oltre ad altri 500 euro per le spese di giudizio.

A deciderlo sono stati i giudici tributari di Campobasso (presidente e relatore Di Nardo), con la sentenza 182/1/2013 depositata lunedì 23 dicembre. La Commissione di primo grado ha riconosciuto quello che in gergo tecnico si chiama danno da lite temeraria e che chiama al risarcimento la parte risultata soccombente in giudizio. In questo caso il collegio ha riconosciuto che Equitalia ha agito «senza la normale prudenza» perché il credito da recuperare era abbondantemente prescritto.

DOCUMENTI
La sentenza della Ctp Campobasso

La vicenda
Ma cosa era successo? Tra marzo e luglio del 2001 la contribuente era stata raggiunta da tre cartelle di pagamento: una relativa a contributi Inps e le altre due a imposte e tributi. Dopo quasi dodici anni (aprile 2013) Equitalia ha proceduto a mettere le ganasce fiscali all’autovettura della contribuente. Solo che erano già passati i dieci anni necessari a far scattare la prescrizione (così come previsto dall’articolo 2946 del Codice civile). In realtà, l’agente della riscossione ha sottolineato in giudizio che nel 2005 aveva inviato altre intimazioni di pagamento che, a suo avviso, avrebbero interrotto la prescrizione. Già, però, la Commissione tributaria aveva accolto la richiesta di sospensiva nello scorso mese di maggio. Ora, oltre ad annullare il provvedimento di fermo, ha anche deciso la condanna di Equitalia al risarcimento dei danni. La decisione riguarda la sola parte dei tributi richiesti con le cartelle, perché il collegio molisano ha ricordato come per la parte dei crediti Inps fosse competente il giudice del lavoro.

La sentenza riconosce che all’epoca del fermo l’insegnante lavorava in un istituto scolastico a duecento chilometri di distanza dalla sua abitazione. Di conseguenza «è ragionevole presumere che fu privata ingiustamente della possibilità di utilizzare la propria autovettuta subendo notevoli disagi e danni materiali». A tal proposito, la pronuncia ricorda anche quanto già precisato dalla Cassazione (pronunce 6976/2003 e 17485/2011): «Il danno da lite temeraria è costituito non già dalla lesione della posizione materiale della parte vittoriosa, ma dagli oneri di ogni genere (patema d’animo, perdite di tempo occorrenti per approntare la propria difesa, preoccupazione di potere soccombere di fronte a un evidente abuso dell’autorità) che abbia dovuto affrontare per essere stala costretta a contrastare l’ingiustificata iniziativa della parte avversa e dai disagi in genere sopportati per effetto di quella iniziativa, danni la cui esistenza può essere desunta dalla comune esperienza».

IL CONSIGLIO DI STATO SCHIANTA DEFINITIVAMENTE EQUITALIA! 767 DIRIGENTI ”FASULLI” TUTTI GLI ATTI ILLEGITTIMI! (LEGGERE!)

Sentenza del Consiglio di Stato: rischio illegittimità per 767 dirigenti dell’Agenzia delle Entrate; conseguente nullità di tutti gli atti fiscali e delle cartelle esattoriali scaturite da atti firmati da tale personale privo di qualifica. Promozioni in bilico.

Lo scandalo che “La Legge per Tutti” aveva sollevato quasi un anno fa con l’articolo “Nulli gli atti di Equitalia e Ag. Entrate: firmati da falsi dirigenti” si arricchisce di un nuovo e interessantissimo capitolo. Ad avvalorare la tesi secondo cui gran parte degli avvisi inviati dall’Agenzia delle Entrate e delle cartelle esattoriali notificate da Equitalia sarebbero nulli è una sentenza appena firmata dal Consiglio di Stato. Ma facciamo un passo indietro per capire cosa sta per succedere.

 

Lo scandalo era nato da una pronuncia del Tar Lazio [1] (cui poi seguì quella del Tar Messina): la sentenza aveva bloccato le nomine a dirigenti, presso diversi uffici delle Agenzie delle Entrate, nei confronti di numerosi funzionari che, però, non avevano svolto il concorso previsto per legge e, quindi, erano privi dei relativi titoli a dirigenti. In pratica, ben 767 funzionari su 1.143 totali (più della metà) erano stati nominati in modo illegittimo!

 

Un terremoto vero e proprio: per comprenderne la portata, basti pensare agli effetti che tale pronuncia aveva determinato su tutti gli atti firmati dai falsi dirigenti e sui conseguenti procedimenti che ne erano scaturiti. Se il dirigente è privo di qualifica, anche l’atto da questi firmato è nullo. Nulli, quindi, gli accertamenti e nulle anche le cartelle esattoriali di Equitalia emesse sulla scorta dei primi. Una catastrofe per il fisco!

 

Pertanto, una legge del 2012 [2] aveva cercato di rimediare al pasticcio. Il libretto delle giustificazioni dello Stato si chiama sempre “sanatoria”: così la legge aveva convalidato gli incarichi affidati senza concorso e, in attesa di espletare le nuove procedure concorsuali, aveva autorizzato anche l’attribuzione di ulteriori incarichi dirigenziali a funzionari delle stesse Agenzie. Insomma, in barba allo scandalo, il perverso ed illecito meccanismo – che travalicava i concorsi pubblici – era stato ulteriormente perpetrato.

 

Oggi giustizia sembra essere fatta. Una sentenza di qualche giorno fa del Consiglio di Stato [3] rimette tutto in gioco: secondo i Giudici amministrativi di ultima istanza, infatti, la “sanatoria” è incostituzionale. Così, il Consiglio di Stato ha chiamato in gioco la Corte Costituzionale affinché valuti se cancellare per sempre, dal nostro ordinamento, tale scempio normativo.

 

La conseguenza è che sono nuovamente in bilico i posti per 767 dirigenti “fasulli” e gli atti da questi firmati – ivi comprese le cartelle esattoriali successive – possono essere annullate. Ipoteche, fermi auto, esecuzioni immobiliari, pignoramenti della pensione e dello stipendio potrebbero cadere tutti, in un solo colpo, con la sentenza della Corte. E forse farebbe bene Equitalia ad annullare d’ufficio tutte le cartelle, per evitare un’interminabile contenzioso con tutti i cittadini italiani.

 

[1] Tar Lazio sent. n. 07636/2011.

 

[2] Art. 8 comma 24, legge 44/2012.

 

[3] Cons. St. sent. n. 5451/2013 del 18.11.201

 

Fonte notizia: http://www.laleggepertutti.it/

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Equitalia: come evitare il fermo dell’auto e le altre azioni esecutive.

Dopo aver rovinato il Ferragosto di migliaia di italiani, Equitalia, il principale agente della riscossione dei tributi, si accinge ad apporre il fermo amministrativo su moltissime auto e moto.

Ebbene sì, tra il 12 ed il 13 agosto, giusto prima delle ferie di ferragosto, gli sportelli Equitalia di tutto il Paese hanno notificato a decine di migliaia di contribuenti il tanto temuto preavviso di fermo amministrativo del mezzo di loro proprietà.
In sostanza, ogni malcapitato contribuente ha ricevuto un sollecito di pagamento delle cartelle a suo carico che risulterebbero ancora insolute, unitamente al dettaglio di tutti gli addebiti (in un foglio allegato). A ciascuno è stato quindi concesso un termine di 30 giorni (dal ricevimento della notifica) per pagare, con la “promessa” che, in caso di mancato pagamento, si procederà col fermo amministrativo del mezzo (auto o moto che sia).

Come hanno reagito gli italiani al ricevimento di tale lettera? Alcuni hanno pagato la somma richiesta, altri hanno chiesto la rateazione del debito (essendo impossibilitati a pagare l’intera somma in un’unica soluzione), altri ancora hanno sollevato contestazioni, richiesto lo sgravio delle intere cartelle o, almeno, di parte delle somme loro addebitate.

Visto che, al momento, sembra che i fermi amministrativi non siano ancora stati eseguiti (almeno la maggior parte di quelli preannunciati), c’è ancora tempo per bloccarli. Ecco chi può farlo e quale iter deve seguire.

Prima cosa da fare: analizzare il dettaglio degli addebiti.
Se le cartelle esattoriali, le multe e/o gli atti di accertamento indicati non sono mai stati ricevuti dal contribuente, è opportuno richiedere agli enti creditori interessati ed alla stessa Equitalia di fornire copia della c.d. relazione di notifica di tali atti. Dopodichè, se risultasse che la notifica non è avvenuta o, comunque, è invalida (es. indirizzo errato), sarà opportuno richiedere lo sgravio e l’annullamento dell’atto.

Altra verifica da fare: controllare che le somme non siano già state pagate oppure che gli addebiti siano già stati annullati (ad es. con una sentenza della Commissione Tributaria o del Giudice di Pace oppure da provvedimenti di sgravio richiesti ed ottenuti in autotutela).

Infine, vanno controllate le date di notifica degli atti, quelle di iscrizione a ruolo delle somme e gli anni di riferimento dei tributi. Se fossero già scaduti i termini di prescrizione o di decadenza, bisognerà eccepirlo formalmente.

Il consiglio, quindi, è quello di far analizzare ad esperti della materia la propria situazione debitoria, in modo da procedere con tutte le contestazioni del caso nella maniera e nella forma più adeguate (es. richiesta di sgravio, opposizione alla cartella, opposizione all’esecuzione, ricorso in Commissione Tributaria, ecc.).

L’imprenditrice che accusa Equitalia: «Tassi da usura», indaga la Procura.

ROMA – L’onda del malcontento contro le cartelle di Equitalia arriva anche alla Procura e prende la forma di una inchiesta per usura a carico della società a capitale pubblico (Agenzia delle Entrate-Inps) incaricata della riscossione tributi. Al momento non ci sono indagati ma, a seguito di una denuncia trasmessa per competenza dagli uffici giudiziari di Torino, il pm Edoardo De Santis ha disposto una consulenza sui tassi applicati dalla spa di via Grezar sulle somme dovute da una imprenditrice.

Da 1,2 milioni di euro di tasse e contributi non versati la donna è arrivata a sentireste chiedere oltre 1,7. Un rincaro che, secondo la perizia allegata alla denuncia, configura un superamento della soglia degli interessi da usura indicata sulla Gazzetta Ufficiale.

A giudizio del pubblico ministero, ci sono elementi meritevoli di approfondimento dal punto di vista legislativo – per chiarire in quale quadro si muove Equitalia e con che autonomia – e anche più strettamente contabile e tributario: è necessario stabilire se le voci sotto le quali la spa applica questi rincari siano legittime.

Equitalia e solleciti da cestinare

di Ettore Guido Basiglio Ribaudo

E’ una valanga, quella che da mesi sta inondando le case degli italiani, sotto forma di spedizioni di Equitalia che contengono lettere di sollecito di pagamento.
A parte la considerazione che questo era il momento meno indicato, vista la grave crisi economica di gran parte dei consumatori, il problema vero è che la gran parte di questi solleciti è da cestinare.
Il primo motivo per cui queste lettere vanno messe da parte è che spesso non sono spedite per raccomandata, e pertanto non vi è alcuna prova dell’avvenuta ricezione. Ricordatevi che la regola aurea è una sola: se il creditore è sicuro dei fatti suoi, non invia mai una lettera normale, che sa di essere giuridicamente non valida ai fini dell’incasso.
Il secondo motivo, ancora più serio, è dato dal fatto che la gran parte di questi solleciti riguardano vecchie cartelle esattoriali cadute ormai in prescrizione. La cartella produce i suoi effetti per 10 anni e quindi, se prima non vi è stata una lettera raccomandata che interrotto il termine prescrizionale, la cartella non è più valida e il presunto credito va a farsi benedire!
Il problema vero è che gli italiani queste cose non le sanno, e dunque molti dei destinatari di questi indebiti solleciti sono stati colti dal panico.
Sta di fatto che Equitalia si “azzarda” ad inviare queste lettere indebitamente, provocando stati d’animo che possono sfociare anche in malanni seri e i Cittadini per difendersi devono proporre ricorso con spese (bolli, avvocato, a loro carico e, senza che queste le siano rimborsate, dato che quasi sempre la Commissione Tributaria, quando vince il Cittadino le compensa.
Equitalia sa perfettamente che i solleciti si riferiscono a tributi prescritti, ma spera sempre nella buona fede dei Cittadini che pagano senza fiatare.
In uno Stato moderno gli agenti del fisco non dovrebbero essere considerati dai Cittadini come un nemico da temere alla stregua di un nemico, anzi di una moderna Gestapo che impone la propria volontà a dispetto dell’evidenza, del buon senso, di argomentazioni fondate.
In uno Stato moderno il fisco dovrebbe sempre comportarsi come il Buon Padre di Famiglia.
In uno Stato moderno il fisco dovrebbe poter dialogare con i Cittadini ed essere così ben radicato nel territorio da non aver bisogno degli studi di settore per stimare se il reddito di un libero professionista è congruo, anche perché le differenze tra nord e sud, tra le regioni e persino da una città all’altra non sono omologabili.
In uno Stato moderno il fisco deve saper distinguere tra il Cittadino che evade e il Cittadino che ha difficoltà a pagare le tasse e quello che sta lottando per salvare il proprio business e adottare un atteggiamento differenziato, inflessibile con il primo, dialettico se non comprensivo con il secondo.
In uno Stato moderno la lotta alla criminalità organizzata, che di fatto controlla almeno alcune regioni Italiane, dovrebbe essere la priorità assoluta e gli imprenditori che qui generano lavoro e ricchezza dovrebbero essere trattati con riguardo in quanto fonte primaria del benessere collettivo.
In uno Stato moderno quando il fisco non si comporta correttamente il Governo dovrebbe prendere provvedimenti per tutelare tutti i Cittadini.
Tutto questo dovrebbe essere ovvio, ma l’Italia è uno Stato moderno?

Cordiali
Ettore Ribaudo

Cassazione apre a class action contro Equitalia

Indecisione su tutto tranne che su di un cosa. Gli italiani hanno un’avversione quasi totale nei confronti di Equitalia, testimoniata (e spesso anche forzata) dalle tragiche notizie di cronaca di imprenditori e cittadini in difficoltà. La Corte di Cassazione apre uno spiraglio però. Una class action contro la riscossione delle cartelle di pagamento. Ad una condizione però: la contestazione dei contribuenti sia coerente ed uguale tra tutti quelli che sottoscrivono la class action.

Con la sentenza del 22 febbraio 2013 (la numero 4490) la Corte di Cassazione infatti ha disposto l’ammissibilità di un atto che mira a tutelare diversi soggetti con riferimento a diverse cartelle, nonostante quello che dice l’articolo 18 del D. Lgs. 546 del 1992: che stabilisca che «ogni atto autonomamente impugnabile può essere impugnato solo per vizi propri». La Corte spiega nella motivazione della sentenza che è possibile un cumulo dei ricorsi per i procedimenti tributari: «Più parti possono agire o essere convenute nello stesso processo, quando tra le cause che si propongono esiste connessione per l’oggetto o per il titolo dal quale dipendono oppure quando la decisione dipende, totalmente o parzialmente, dalla risoluzione di identiche questioni». Questo apre la porta ai ricorsi contro Equitalia, visto che più procedimenti possono essere contestati: «anche se in relazione a distinte cartelle di pagamento, ove abbiano ad oggetto, come si evince nella specie dal contenuto dell’atto introduttivo integralmente riportato in ossequio al principio di autosufficienza, identiche questioni dalla cui soluzione dipenda la decisione della causa». Un primo effetto, al di là dell’eventuale sentenza, sarebbe quella di ridurre le spese legali per le azioni contro l’Agenzia delle Entrate.

Altro fronte, ma obiettivo comune, è quello della legge di Stabilità 2013. Che ha introdotto una nuova procedura proprio per eventuali contenziosi tributari. La procedura dovrebbe permettere al contribuente di richiedere l’immediata sospensione di ogni azione da parte di Equitalia, quando la comunicazione di pagamento da parte dell’Agenzia delle Entrate è illegittima (anche per gli accertamenti esecutivi). La procedura non è automatica, ma si dovrà comunque avviare un contenzioso.

Un’istanza a Equitalia congela i debiti Inps

PAGINA A CURA DI
Alessandro Rota Porta
I contribuenti possono contare su una chance di tutela in più nell’ambito dei processi di riscossione e, tra gli altri, di quelli inerenti i debiti contributivi: l’Inps è infatti intervenuto – con il messaggio n. 1636 dello scorso 28 gennaio – a dettare gli indirizzi operativi per attivare la sospensione della riscossione, secondo le regole introdotte dalla legge di stabilità 2013. Ma vediamo nel dettaglio.
Le cause di sospensione
I commi da 537 a 543 della legge 228/2012 hanno previsto, con decorrenza dal 1° gennaio 2013, la possibilità per i contribuenti di attivarsi nei confronti dei concessionari della riscossione per chiedere la sospensione della stessa e il successivo discarico delle relative cartelle di pagamento. Si tratta peraltro di una procedura che, in determinate fattispecie, può anche condurre all’annullamento automatico degli atti.
L’Inps ha quindi recepito le novità previste dalla legge di stabilità, illustrando i passaggi che il contribuente deve percorrere per attivare la sospensione dei titoli: in particolare, nel caso dei crediti di natura previdenziale vantati dall’istituto, il messaggio 1636 ha precisato che l’ambito applicativo si riferisce sia alle somme iscritte a ruolo per le quali l’agente della riscossione ha provveduto alla notifica delle cartelle di pagamento sia alle somme richieste con avviso di addebito, ex articolo 30 del Dl 78/2010.
In particolare, sono sei le fattispecie individuate dalla norma e recepite dall’Inps, in virtù delle quali è consentito all’interessato l’esperimento della procedura di sospensione. Si tratta nel dettaglio:
edella prescrizione o decadenza del diritto di credito sotteso al provvedimento oggetto della riscossione, intervenuta in data antecedente a quella in cui il ruolo è reso esecutivo;
rdella sussistenza di un provvedimento di sgravio emesso dall’ente creditore;
tdella sospensione amministrativa concessa dall’ente creditore;
udella sospensione giudiziale, oppure che discende da una sentenza che abbia annullato in tutto o in parte la pretesa dell’ente creditore;
idel pagamento effettuato, riconducibile al ruolo in oggetto, in data antecedente alla formazione del ruolo stesso, in favore dell’ente creditore;
odi qualsiasi altra causa di non esigibilità del credito sotteso.
L’istanza del contribuente
Se dunque il contribuente, a cui sia stata notificata una cartella di pagamento o un avviso di addebito, dovesse trovarsi in una delle sei situazioni descritte in precedenza, entro 90 giorni dalla notifica del primo atto di riscossione o di un atto della procedura cautelare o esecutiva può presentare un’istanza, redatta con la modulistica rilasciata da Equitalia con la circolare n. 2/2013.
È questo lo step che innesca le fasi successive, che coinvolgono sia l’agente della riscossione sia – nel caso descritto – l’Inps: infatti, la dichiarazione del contribuente ha l’effetto di sospendere immediatamente l’esecuzione del titolo.
L’istanza potrà essere presentata anche attraverso modalità telematiche (ad esempio tramite la posta elettronica certificata). Oltre alle generalità del contribuente/azienda e dell’atto in oggetto, l’istanza dovrà contenere la documentazione a sostegno dell’annullamento dell’atto nonché i documenti di riconoscimento utili all’autocertificazione (la dichiarazione può anche essere presentata da un soggetto delegato): è importante osservare queste indicazioni con attenzione poiché sono oggetto di una prima verifica da parte del concessionario che le riceve. Nel caso l’istanza fosse incompleta sarà quest’ultimo a contattare il debitore per invitarlo alla relativa integrazione.
Il ruolo dell’Inps
L’agente della riscossione, ricevuta la dichiarazione dà vita alla seconda fase: qui entra in gioco l’Inps, al quale il concessionario inoltra con apposita modulistica la dichiarazione ricevuta (entro 10 giorni). Effettuati gli opportuni controlli, l’Inps, a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno o Pec, entro i successivi 60 giorni, comunica al contribuente l’esito positivo dell’istanza o l’inidoneità della documentazione prodotta.
Nel primo caso è l’Inps stesso che trasmette al concessionario della riscossione il provvedimento di sospensione/sgravio della partita debitoria, mentre nel secondo ripartirà l’attività di recupero.
In caso invece di inerzia dell’Inps e di mancata risposta nel termine di 220 giorni dalla presentazione della dichiarazione del contribuente, si ha l’annullamento di diritto delle somme iscritte a ruolo.

Tutto su Equitalia, da destra e da sinistra

Ecco come contemporaneamente Il Giornale e Il Fatto illustrano il dramma di Iniquitalia

Paolo Bracalini per “Il Giornale”
Equitalia, un nome un incubo. Chi non ha mai ricevuto una di quelle buste (quelle sì mortali) dette «cartelle esattoriali», venti pagine di cui non si capisce nulla se non che vogliono dei soldi, non sa che fortuna ha avuto. Provi a chiederlo ai milioni di italiani caduti nelle forche caudine dell’agenzia di riscossione del dott. Befera, una specie di polizia fiscale modello Ddr. Col decreto Monti qualcosa cambia, ma pochissimo e non prima del 2014. Lo vediamo subito, ma prima facciamo un passo dentro gli incubi vissuti da famiglie, imprenditori, negozianti, cioè non evasori ma lavoratori e contribuenti in arretrato con qualche pagamento, di solito contestato (ma qui ovviamente l’onere della prova è invertito, Equitalia ti chiede i soldi e sei tu che devi dimostrare, magari a otto anni di distanza, che non è vero, che si sbagliano, che hai ragione tu, e valli a trovare i documenti, nel frattempo che l’interesse di mora sale spaventosamente…).Il signor Giuseppe De Vecchi, che ha scritto qui al Giornale, un imprenditore di Milano, trent’anni di attività, per sei anni ha mandato lettere all’Inps per contestare dei contributi senza mai ottenere una risposta. Finché un giorno Equitalia, senza preavviso, gli ha ipotecato la casa. Lo Stato non paga mai, o lo fa con ritardi intollerabili (chiedete alle aziende a cui deve ancora 90 miliardi), ma se ritardi tu sei rovinato. La signora Maria Rita Mura, sassarese e titolare di una ditta, la Sarda Semafori Snc, ha rateizzato l’Iva e ha ritardato un pagamento di un giorno, un solo giorno. Subito è entrata in scena la terrificante Equitalia. «Mi hanno trattata peggio di un evasore» racconta ancora sotto shock al cronista di Sassari Notizie. Perché? Perché per quelle 24 ore di ritardo le hanno fatto pagare in più 9mila euro! Incredibile ma tragicamente vero…….

COME TUTELARSI
Difendersi da eventuali eccessi o errori di Equitalia si può. Ma non è facile e, soprattutto, non è alla portata di tutti riuscire a combattere ad armi pari con chi è stato dotato dal governo di strumenti straordinari per contrastare – con scarsi effetti, come abbiamo visto – la grande evasione fiscale. Appena arriva una cartella di Equitalia, la prima cosa da fare è recarsi nella sede più vicina dell’ente per capire esattamente la natura delle contestazioni. Se gli estremi della “cartella” non sono chiari, è bene rivolgersi a un’associazione e farsi assistere da un loro legale, soprattutto per evitare di perdere tempo prezioso per fare ricorso. Un tempo fondamentale. Anche per la salute.