Equitalia: come evitare il fermo dell’auto e le altre azioni esecutive.

Dopo aver rovinato il Ferragosto di migliaia di italiani, Equitalia, il principale agente della riscossione dei tributi, si accinge ad apporre il fermo amministrativo su moltissime auto e moto.

Ebbene sì, tra il 12 ed il 13 agosto, giusto prima delle ferie di ferragosto, gli sportelli Equitalia di tutto il Paese hanno notificato a decine di migliaia di contribuenti il tanto temuto preavviso di fermo amministrativo del mezzo di loro proprietà.
In sostanza, ogni malcapitato contribuente ha ricevuto un sollecito di pagamento delle cartelle a suo carico che risulterebbero ancora insolute, unitamente al dettaglio di tutti gli addebiti (in un foglio allegato). A ciascuno è stato quindi concesso un termine di 30 giorni (dal ricevimento della notifica) per pagare, con la “promessa” che, in caso di mancato pagamento, si procederà col fermo amministrativo del mezzo (auto o moto che sia).

Come hanno reagito gli italiani al ricevimento di tale lettera? Alcuni hanno pagato la somma richiesta, altri hanno chiesto la rateazione del debito (essendo impossibilitati a pagare l’intera somma in un’unica soluzione), altri ancora hanno sollevato contestazioni, richiesto lo sgravio delle intere cartelle o, almeno, di parte delle somme loro addebitate.

Visto che, al momento, sembra che i fermi amministrativi non siano ancora stati eseguiti (almeno la maggior parte di quelli preannunciati), c’è ancora tempo per bloccarli. Ecco chi può farlo e quale iter deve seguire.

Prima cosa da fare: analizzare il dettaglio degli addebiti.
Se le cartelle esattoriali, le multe e/o gli atti di accertamento indicati non sono mai stati ricevuti dal contribuente, è opportuno richiedere agli enti creditori interessati ed alla stessa Equitalia di fornire copia della c.d. relazione di notifica di tali atti. Dopodichè, se risultasse che la notifica non è avvenuta o, comunque, è invalida (es. indirizzo errato), sarà opportuno richiedere lo sgravio e l’annullamento dell’atto.

Altra verifica da fare: controllare che le somme non siano già state pagate oppure che gli addebiti siano già stati annullati (ad es. con una sentenza della Commissione Tributaria o del Giudice di Pace oppure da provvedimenti di sgravio richiesti ed ottenuti in autotutela).

Infine, vanno controllate le date di notifica degli atti, quelle di iscrizione a ruolo delle somme e gli anni di riferimento dei tributi. Se fossero già scaduti i termini di prescrizione o di decadenza, bisognerà eccepirlo formalmente.

Il consiglio, quindi, è quello di far analizzare ad esperti della materia la propria situazione debitoria, in modo da procedere con tutte le contestazioni del caso nella maniera e nella forma più adeguate (es. richiesta di sgravio, opposizione alla cartella, opposizione all’esecuzione, ricorso in Commissione Tributaria, ecc.).

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Cassazione apre a class action contro Equitalia

Indecisione su tutto tranne che su di un cosa. Gli italiani hanno un’avversione quasi totale nei confronti di Equitalia, testimoniata (e spesso anche forzata) dalle tragiche notizie di cronaca di imprenditori e cittadini in difficoltà. La Corte di Cassazione apre uno spiraglio però. Una class action contro la riscossione delle cartelle di pagamento. Ad una condizione però: la contestazione dei contribuenti sia coerente ed uguale tra tutti quelli che sottoscrivono la class action.

Con la sentenza del 22 febbraio 2013 (la numero 4490) la Corte di Cassazione infatti ha disposto l’ammissibilità di un atto che mira a tutelare diversi soggetti con riferimento a diverse cartelle, nonostante quello che dice l’articolo 18 del D. Lgs. 546 del 1992: che stabilisca che «ogni atto autonomamente impugnabile può essere impugnato solo per vizi propri». La Corte spiega nella motivazione della sentenza che è possibile un cumulo dei ricorsi per i procedimenti tributari: «Più parti possono agire o essere convenute nello stesso processo, quando tra le cause che si propongono esiste connessione per l’oggetto o per il titolo dal quale dipendono oppure quando la decisione dipende, totalmente o parzialmente, dalla risoluzione di identiche questioni». Questo apre la porta ai ricorsi contro Equitalia, visto che più procedimenti possono essere contestati: «anche se in relazione a distinte cartelle di pagamento, ove abbiano ad oggetto, come si evince nella specie dal contenuto dell’atto introduttivo integralmente riportato in ossequio al principio di autosufficienza, identiche questioni dalla cui soluzione dipenda la decisione della causa». Un primo effetto, al di là dell’eventuale sentenza, sarebbe quella di ridurre le spese legali per le azioni contro l’Agenzia delle Entrate.

Altro fronte, ma obiettivo comune, è quello della legge di Stabilità 2013. Che ha introdotto una nuova procedura proprio per eventuali contenziosi tributari. La procedura dovrebbe permettere al contribuente di richiedere l’immediata sospensione di ogni azione da parte di Equitalia, quando la comunicazione di pagamento da parte dell’Agenzia delle Entrate è illegittima (anche per gli accertamenti esecutivi). La procedura non è automatica, ma si dovrà comunque avviare un contenzioso.

Ipoteca illegittima: Equitalia deve risarcire i danni al contribuente

Ipoteche e cartelle “pazze”: se l’azione del concessionario della riscossione è illegittima il contribuente ha diritto al risarcimento dei danni.

Ciò è quanto emerge da una recente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Bari (sent. CTP di Bari n.36/08/10, liberamente visibile su http://www.studiolegalesances.it – Sez. Documenti), la quale ha condannato Equitalia al pagamento di euro 15.000,00 a titolo di risarcimento danni causati ad un contribuente pugliese.

La vicenda riguarda un’iscrizione ipotecaria effettuata dal concessionario della riscossione su immobili del contribuente a seguito di cartelle di pagamento non correttamente notificate.

In merito, è bene chiarire che se da una parte la legge permette al concessionario della riscossione di iscrivere ipoteche sui beni dei contribuenti, dall’altra ciò può avvenire solo a condizione che questi siano venuti realmente a conoscenza dei debiti tributari, attraverso la precedente notifica delle cartelle di pagamento.

Al riguardo, infatti, l’art. 77 del DPR n.602/73 prevede che “Decorso inutilmente il termine di cui all’articolo 50, comma  1 (ossia 60 giorni dalla notifica della cartella di pagamento), il ruolo costituisce titolo per iscrivere ipoteca sugli immobili del  debitore e dei coobbligati per un importo pari al  doppio  dell’importo  complessivo del credito per cui si procede”.

Proprio a seguito del mancato rispetto di tale articolo, i giudici di Bari chiariscono che a Equitalia va attribuita la responsabilità dei danni subiti dal contribuente poiché “ha proceduto all’iscrizione di ipoteca pur avendo consapevolmente provveduto alle notifiche in violazione della lett. C) del comma 1 dell’art. 60 del DPR n.600/73 (il quale prevede che la notifica debba essere effettuata necessariamente presso il domicilio fiscale del contribuente), in quanto era noto il domicilio fiscale cui andavano effettuate le notifiche per essere stati ritualmente notificati, come risulta dalla documentazione acquisita al processo e non contestata, atti inerenti ad altre precedenti vicende tributarie.

Il concessionario, dunque, aveva provveduto alla notifica delle cartelle presso un indirizzo diverso rispetto a quello di residenza del contribuente e pertanto in modo illegittimo.

I  giudici pugliesi, infatti, chiariscono che “Tale comportamento di natura dilatoria e defatigante per il contribuente rivela, negli enti impositori, una mancanza assoluta di avvedutezza e di una sia pur minima consapevolezza della legittimità o meno del proprio agire e delle conseguenze che i propri atti andavano a determinare…”.

Per quanto riguarda, infine, il risarcimento dei danni, i giudici chiariscono che pur condividendo la posizione della Commissione Tributaria Provinciale (ossia i giudici di primo grado), la quale sostiene che manca la specifica quantificazione dei danni subiti dal contribuente, ribadiscono che  “ciò non osta per l’ammissione della domanda riguardo al danno morale conseguente all’accertata inesistenza del diritto degli enti impositori a chiedere l’iscrizione ipotecaria sul patrimonio del contribuente e ai conseguenti disagi psicologici che tale condotta ha provocato”.

Secondo i giudici, quindi, la quantificazione dei danni può avvenire tranquillamente in via equitativa ai sensi dell’art. 1226 del Codice civile.

Ci si augura, dunque, che anche questa sentenza possa contribuire a creare un fisco più equo.